“Il fondo dovrebbe essere già stato toccato” Intervista del settimanale Frankfurter Allgemeine Sonntagszeitung

21.06.2020 | Jens Weidmann DE EN FR

L’intervista è stata condotta da Patrick Bernau, Gerald Braunberger e Georg Meck.
Traduzione: Deutsche Bundesbank


Sig. Weidmann, quanto pesante sarà la crisi? Quando sarà superata la fase più grave?

Negli ultimi mesi abbiamo registrato il più forte crollo economico della storia della Repubblica Federale di Germania. Nel secondo trimestre l’attività economica è sicuramente diminuita in misura notevolmente superiore che nel primo. La buona notizia è che il fondo dovrebbe essere nel frattempo già stato toccato e che si sta di nuovo risalendo la china. Al marcato crollo segue però soltanto una ripresa relativamente graduale.

Allora la politica di salvataggio ha effetto? La politica ha fatto quello che era giusto fare?

Sì. In un contesto difficile la politica ha reagito con rapidità e risolutezza per proteggere imprese e occupati. Era giusto fare così. Con le sue più recenti decisioni il Governo Federale sta dando ora una spinta vigorosa alla congiuntura. Ciò dovrebbe alimentare anche l’ottimismo dei consumatori per consumare e delle imprese per investire. È importante che i problemi non trangugino troppo l’economia. In questo senso è stato fatto un bel po’.

E se in autunno ci invaderà la grande ondata di fallimenti, come alcuni temono, la politica dovrà poi aggiungere qualcosa?  

Fin dall’inizio era chiaro che lo sviluppo futuro è difficilmente prevedibile, e che di sicuro si dovrà rivedere ripetutamente la rotta. Più rapidamente supereremo la pandemia, tanto minore sarà il rischio che la crisi economica si stabilizzi o addirittura si rafforzi. Dobbiamo evitare che le difficoltà temporanee diventino problemi duraturi. Le imprese in effetti sane non dovrebbero crollare. Perciò era necessario agire in fretta. Lo stato tedesco ha sicuramente ancora margini d’azione sufficienti per fornire un ulteriore supporto in caso di necessità.

Il provvedimento più incisivo del pacchetto di stimolo fiscale è la riduzione temporale dell’imposta sul valore aggiunto. Si tratta di uno strumento adatto a mettere in moto l’economia? 

Sì, assolutamente! L’abbassamento dell’IVA giova alla congiuntura, sia che venga trasferito ai clienti rafforzando il potere d’acquisto dei consumatori e li inciti a spendere, sia che all’imprese rimanga di più dei loro proventi aiutandoli a riprendere piede in una situazione difficile. L’importante è che le misure siano mirate e temporanee. Allora anche i bilanci statali sosterranno solo provvisoriamente gli oneri e i deficit si ridurranno nuovamente più tardi.

Non esiste il pericolo che lo stato si abitui ad assumere debiti elevati, tanto più che, visti gli interessi zero, sembra che non costino nulla?  

In effetti il pericolo esiste. Ci si abitua velocemente alle grandi somme con le quali ora si sta giocando. Perciò è ancora più importante non dimenticare che le nostre solide finanze pubbliche sono una premessa per la forza e la capacità di agire dello stato. Per questo motivo ora possiamo affrontare vigorosamente la crisi. Ma, dopo, è decisivo ritornare a una solida amministrazione finanziaria.

Lo stato si innalza a imprenditore nella crisi: la Federazione tedesca assume una partecipazione sia nel gruppo tradizionale della Lufthansa sia nella startup dei vaccini, Curevac. E nessuno si ribella.

Io distinguerei qui due cose. Da un lato è giusto che lo stato non metta a disposizione soltanto liquidità, ma anche capitale per evitare il fallimento di aziende in effetti sane …

Non ci devono essere soltanto iniezioni finanziarie o crediti, ma, in singoli casi, anche aiutare con grandi somme in forma di partecipazioni statali.

… allo stesso tempo già mi cruccio però per il fatto che stanno diventando sempre più di moda le richieste di interventi politico-industriali. Ciò non dovrebbe essere lo standard per i tempi normali. Che l’economia tedesca prima della crisi stesse bene nel complesso non è per nulla il risultato di un’aggressiva politica industriale e di partecipazioni statali. Quello che contraddistingue la Germania sono piuttosto le buone condizioni generali che offre il sistema paese, come lavoratori motivati, ben formati o un’amministrazione pubblica efficiente. La concorrenza è il migliore presupposto per prosperanti imprese innovative, e per far partecipare consumatori e lavoratori ad un benessere maggiore.

Lo stato dovrà pure salvare di nuovo le banche? Quanto è stabile il settore finanziario, quando piano piano sempre più crediti diventano inesigibili?

Diversamente da quanto avvenuto durante la crisi finanziaria le banche giocano momentaneamente un ruolo stabilizzante. Hanno esteso notevolmente i crediti alle imprese – anche grazie alle garanzie statali. Ma anche qui vale per analogia: più a lungo dura la crisi, tanto maggiori sono i rischi per i bilanci delle banche.

E quanto sarà grave? 

Innanzitutto adesso è essenziale bloccare la diffusione del virus. Ogni singolo individuo è chiamato a ridurre al minimo indispensabile i propri contatti sociali. Avrei auspicato che funzionasse senza doverlo ordinare … 

Qualche banca potrebbe tracollare?

Adesso ripaga il fatto che vigilanza e regolamentazione hanno tratto importanti insegnamenti dalla crisi finanziaria. Per questo motivo le banche sono notevolmente più stabili e sono dotate di patrimoni netti piuttosto confortevoli. E anche le imprese possiedono maggiori riserve di capitale proprio. Inoltre la politica sta prendendo provvedimenti veramente di grande respiro a supporto dell’economia. Perciò sono ottimista anche per quanto concerne le banche.

Quanto la preoccupa il fatto che al momento alcuni beni stiano aumentando rapidamente di prezzo? Esiste una minaccia di inflazione per noi?

I prezzi di molti prodotti alimentari come la carne, la frutta e la verdura sono in effetti sensibilmente aumentati. Però pensi soltanto a quanto si è abbassato il costo della benzina. In questa crisi si contrappongono principalmente due effetti contrari. Se si produce di meno perché le aziende sono costrette a ridurre la produzione o perché le filiere globali sono state interrotte, tendenzialmente ciò spinge i prezzi verso l’alto. Allo stesso tempo i consumatori rimangono più a casa, e osserviamo una flessione della domanda in alcuni settori, ad esempio in quello dell’abbigliamento. Il che ha naturalmente l’effetto di abbassare i prezzi.

E quale effetto è più forte?

Nella somma prevalgono piuttosto gli effetti riducenti i prezzi, tanto più che quelli dell’energia sono calati di molto. In Germania, inoltre, la riduzione dell’imposta sul valore aggiunto nel secondo semestre dell’anno dovrebbe giocare un ruolo importante. Il prossimo anno, il ritorno all’aliquota precedente dovrebbe poi spingere l’inflazione verso l’alto. Nel complesso tuttavia l’incertezza sull’andamento futuro anche qui è molto forte.

La Banca centrale europea (BCE), a causa di corona, ha predisposto nuovamente un gigantesco programma di acquisto di titoli obbligazionari, il PEPP. Era veramente necessario?

Ritengo giusto un vigoroso impulso di politica monetaria in questa situazione critica. A riguardo della decisione sul nuovo programma di acquisti ci tenevo particolarmente che fosse limitato nel tempo e chiaramente vincolato alla crisi. Contemporaneamente presenta maggiore flessibilità del programma ancora in corso, il PSPP. Su queste caratteristiche formali abbiamo discusso intensamente nell’ambito del Consiglio direttivo della BCE. D’accordo eravamo sul fatto che la politica monetaria deve reagire. Sulla dimensione del programma e sul grado di flessibilità però ci dovrà sempre essere un processo di valutazione, che non è facile. In questo campo sono sicuramente più cauto di altri.

Quanto grande è il pericolo che il programma si perpetui, i miliardi continuino a scorrere quando la crisi più acuta sarà da tempo superata?  

Anche nel campo della politica monetaria dobbiamo badare a svoltare in tempo in modo da non oltrepassare il traguardo. Qui per noi deve essere decisivo il previsto andamento dei prezzi, cosa che appunto ora è estremamente incerta. Proprio questa era una delle sfaccettature della nostra discussione: Per quanto tempo fissiamo il corso? Per quanto tempo ci vincola, e quali problemi ne conseguono? Lei sa che io considero l’acquisto di titoli di stato un particolare strumento di politica monetaria, per cui non dobbiamo mai perdere di vista il rischio di finire a traino della politica fiscale. Una cosa deve essere chiara: Quando la normalizzazione della politica monetaria diventerà necessaria tenendo conto dell’andamento dei prezzi, la stessa non dovrà retrocedere per rispetto dei costi per il finanziamento dello stato.

Di fatto la BCE con il suo programma livella già ora le differenze di rendimento dei titoli di stato di diversa solvibilità. Il rischio non si riflette più nel prezzo.

I programmi non livellano le differenze di rendimento, ma le riducono. Un impulso espansivo generale della politica monetaria è indiscusso. Specialmente in caso di acquisti selettivi ci muoviamo tuttavia, dal mio punto di vista, sul filo del rasoio – sia che si tratti di stati o ad esempio di imprese. Per me è importante che gli acquisti di titoli non scardinino alla fin fine l’effetto di indirizzo dei mercati dei capitali.

Il suo collega austriaco, Robert Holzmann, va ancora più avanti e specula che la BCE potrebbe anche comprare azioni.

Non desidero speculare su tutto quello che potrebbe succedere in scenari ipotetici. Intanto la politica monetaria ora è intervenuta generosamente, e dovremmo guardarci dall’alimentare noi stessi ripetutamente le aspettative dei mercati nei confronti della politica monetaria.

Me lo può spiegare?

Accresciute aspettative potrebbero metterci sotto pressione nelle prossime decisioni. Se poi non possiamo o non vogliamo fornire quanto atteso, la borsa reagisce irritata, il che comporta a sua volta richieste di politica monetaria. In quest’angolo non dovremmo lasciarci spingere.

È arrivato quindi il momento di dire: “Ora basta. L’acquisto di azioni non è uno strumento di politica monetaria. Non con noi!”?

Per me è arrivato il momento di non continuare a speculare.

Non solo la BCE, ma molte banche centrali in tutto il globo stanno alimentando il fuoco da ogni parte, la Fed americana per prima. Si sente bene se tutti gli argini si rompono e la politica monetaria deve mettersi in moto in ogni crisi?

Lei intavola un argomento che mi tormenta da tempo. Il nostro mandato di banchieri centrali è molto chiaramente quello della stabilità dei prezzi. In questo dobbiamo lasciarci misurare. Ciò significa già che il nostro intervento è richiesto nelle crisi, dato che dopotutto esercitano un influsso sull’andamento dell’inflazione. Però la politica monetaria non è un rimedio universale. Attualmente ad esempio è richiesta soprattutto la politica fiscale che si trova in prima linea a difesa contro le conseguenze della pandemia, che è democraticamente legittimata a farlo e dispone a tal fine anche di strumenti adeguati. Ad esempio può occuparsi dei problemi finanziari delle famiglie e delle imprese. Inoltre può decidere a quali condizioni concedere trasferimenti o crediti – anche tra gli stati.

Una crisi può essere l’occasione per modificare l’architettura europea, come ad esempio con il fondo per la ripresa proposto da Bruxelles? All’UE dovrebbe essere permesso di indebitarsi a tale scopo?

Personalmente ritengo che la solidarietà europea, anche in senso finanziario, sia la cosa giusta in una crisi di questo tipo. Non lo impedisce neppure l’architettura europea. E il bilancio UE, con il quale è sempre avvenuta una ripartizione, mi sembra ben adatto a questo scopo. Invece l’avvio di un indebitamento comune di notevoli dimensioni e a lungo termine sposterebbe a mio parere il quadro fondamentale e il suo equilibrio. Qui ci vorrebbe un ampio progresso nell’integrazione per bilanciare la responsabilità congiunta e le azioni collettive. Attualmente non si intravvede tuttavia una disponibilità in tal senso. Perciò i debiti dovrebbero essere chiaramente limitati e connessi a un rapido ammortamento. Altrimenti rischiamo una pressione sempre più forte verso un maggiore indebitamento dell’UE.

Bruxelles avrebbe creato poi un perpetuum mobile: L’UE si indebita, la BCE compra le obbligazioni emesse, senza la possibilità di sottrarsi.

Non esiste un perpetuum mobile nella fisica, e neppure qualcosa di simile nell’economia. Per buoni motivi i trattati europei ci proibiscono il finanziamento degli stati. Dobbiamo stare attenti di avere delle fiancate che ci proteggono. Inoltre non dobbiamo soggiacere a un’illusione sul tema debiti. Il fatto che i debiti siano di competenza europea e non appaiano nelle statistiche nazionali, non è che li faccia scomparire. Alla fine i debiti devono essere pagati e restituiti dalle contribuenti e dai contribuenti.

Fare debiti non era stato mai così sexy come oggigiorno. Non ci sarebbero limiti all’indebitamento statale, affermano nella crisi addirittura persone serie. Neppure la (parsimoniosa) casalinga sveva riesce a spuntarla.

L’immagine della casalinga sveva viene spesso malintesa. Non risparmia per risparmiare, ma per spendere il denaro per cose sensate e anche per affrontare tempi difficili. Proprio questo è il caso oggi. Era sensato preoccuparsi di consolidare le finanze in tempi normali. Ed è altrettanto sensato utilizzare ora in tempi difficili i margini d’azione disponibili per cambiare rotta anche piuttosto bruscamente.

Su tassi di interesse più elevati non dovrebbero però contare né la casalinga sveva né tutti gli altri risparmiatori.

Più rapidamente superiamo la crisi, più rapidamente possono tornare all’ordine del giorno tassi di interesse superiori. Tuttavia ci vorrà ancora un bel po’ di tempo, e anche il nuovo livello normale dovrebbe risultare inferiore a quanto si era abituati prima. Abbiamo a che fare in tutto il mondo con una tendenza a lungo termine verso bassi tassi di interesse, il che ha diverse cause strutturali. Tenendo in considerazione l’andamento dei prezzi la politica monetaria sicuramente sta provvedendo ora a mantenere i tassi di interesse ad un livello particolarmente basso.

Che cosa intende esattamente con cause strutturali?

Il cosiddetto tasso di interesse naturale è costantemente calato nel corso degli ultimi 30 anni. Ciò dipende tra l’altro dalle popolazioni che invecchiano, ma anche da tassi di crescita della produttività in ribasso. Perlomeno su questo ultimo fattore un’intelligente politica economica ha certamente un influsso positivo: Una crescita economica più elevata significa a lungo termine tassi di interesse più alti.

La Corte Costituzionale Federale ha guastato in modo spettacolare la posizione della Corte di Giustizia Europea. È rimasto sorpreso dalla sentenza del maggio scorso?

Beh, da tempo si avvertiva un conflitto latente tra la Corte Costituzionale Federale e la Corte di Giustizia Europea. Un conflitto che è ora scoppiato in questo processo.

Karlsruhe ha posto un termine di tre mesi affinché la BCE soddisfi le sue richieste, altrimenti la Bundesbank non potrà più partecipare al programma di acquisto di titoli PSPP. Come si comporta lei in questo frangente?

Dal punto di vista della Corte Costituzionale Federale manca una spiegazione di come gli obiettivi di politica monetaria perseguiti con il PSPP e gli effetti economici e politico-fiscali ad essi connessi siano stati raffrontati. Per la Corte si tratta quindi soprattutto di capire se il Consiglio direttivo della BCE abbia condotto questo esame in modo trasparente e se il risultato non sia chiaramente sproporzionato. Adeguatezza, conseguenze ed effetti collaterali delle misure di politica monetaria li discutiamo periodicamente nel Consiglio direttivo della BCE, laddove, tra l’altro, i singoli membri possono giungere pure a conclusioni diverse.

A sua opinione esiste anche una carenza di trasparenza?

Al confronto internazionale la BCE è una banca centrale assolutamente trasparente. Ci sono conferenze stampa con la presidente della BCE, rapporti pubblici delle riunioni, numerosi discorsi e interviste, audizioni al Parlamento Europeo e svariate pubblicazioni. Inoltre, nell’ambito del riesame della nostra strategia, discutiamo come possiamo diventare ancora più trasparenti per spiegare meglio la politica monetaria proprio al più vasto pubblico. Nonostante corona questo processo prosegue, anche se durerà un po’ di più. Per quanto riguarda la sentenza sono in ogni caso ottimista che troveremo il modo di rendere più chiare le nostre considerazioni sulla proporzionalità. Così il parlamento e il governo tedesco possono essere all’altezza della responsabilità a loro assegnata dalla Corte.

Come si può immaginarselo concretamente? La presidente della BCE, Christine Lagarde, probabilmente non farà un rendiconto al Bundestag.

No, ma ci sono diversi altri metodi ...

Verrà mandato avanti lei come messaggero? La BCE fa di tutto per chiarire che non si assoggetta a nessuna giurisprudenza nazionale.

Si tratta di rispondere adeguatamente alla sentenza della Corte Costituzionale Federale e contemporaneamente mantenere l’indipendenza della BCE e della Bundesbank. Non ci vedo neanche una contraddizione. Fornire un rendiconto e indipendenza sono comunque due lati della stessa medaglia. Stiamo cercando un metodo adeguato in modo da rendere accessibili al Governo Federale e al Bundestag le considerazioni del Consiglio direttivo della BCE. Sono convinto che lo troveremo per tempo.

In futuro presenterà una relazione al Bundestag, lo informerà sulla politica monetaria?

Anche nel passato ho avuto volentieri più volte uno scambio con le commissioni del Bundestag. Un tale scambio di opinioni e conoscenze è importante, e si concilia bene con l’indipendenza della politica monetaria. La riservatezza delle riunioni del Consiglio direttivo della BCE naturalmente lo manterrò anche in queste occasioni. Perciò sono contento se il Bundestag prende l’iniziativa di invitarmi di nuovo al dialogo.

Lei si ritrova in un ruolo delicato perché probabilmente deve giustificare le decisioni del Consiglio direttivo della BCE, contro le quali lei stesso ha votato.

Ripeto: La Corte Costituzionale Federale si aspetta che vengano esposte le considerazioni del Consiglio direttivo della BCE, e il risultato non deve essere evidentemente sproporzionato. Ciò significa però che il Consiglio direttivo della BCE per decidere ha dei margini d’azione e che non tutti i membri devono essere favorevoli a tutte le decisioni. Non vedo nessun conflitto e presterò il mio contributo.

Teme che a causa della sentenza di Karlsruhe e del dibattito pubblico richiesto aumenti la pressione sulla politica monetaria affinché persegua altri obiettivi oltre che la sola stabilità dei prezzi?

Il nocciolo della sentenza è dal mio punto di vista proprio quello di delimitare chiaramente la politica monetaria dalla politica economica. Ritengo importante tale delimitazione. Infatti vedo effettivamente il pericolo che la politica monetaria sia sempre sovraccaricata con nuovi desideri e obiettivi.

La Corte Costituzionale ha fondamentali dubbi sugli acquisti di titoli di stato ed esige a questo proposito stretti limiti.

I limiti derivano dai trattati europei. Naturalmente la politica monetaria è vincolata ad essi, ad esempio al divieto di finanziamento monetario degli stati. Dal mio punto di vista è importante che la politica monetaria mantenga sufficiente distanza da questo divieto – per la propria credibilità, per la fiducia dei cittadini e per la sua capacità di assicurare effettivamente la stabilità dei prezzi.

Quanto grande valuta il pericolo che questa perdurante politica del denaro a buon prezzo provochi delle bolle? Gli immobili hanno subito un immenso aumento dei prezzi, le azioni sono avanzate piuttosto di buon passo, alimentate dalle banche centrali in tutto il mondo.

La banca centrale deve intervenire se intravvede un pericolo per l’obiettivo della stabilità dei prezzi, e la crisi ha richiesto un orientamento nuovamente più espansivo. Il che sostiene anche i prezzi dei beni patrimoniali. Se si arriva qui a esagerazioni problematiche, in primo luogo sono chiamati in campo altri settori politici, ad esempio la politica della stabilità finanziaria. Chiaro però è anche il fatto che la politica monetaria non deve dare l’impressione di salvare gli investitori non appena c’è una crisi, e successivamente tentenni nel tirare le redini. Tali aspettative e una reazione della politica monetaria troppo esitante erano dei fattori che hanno contribuito alla crisi finanziaria. La politica monetaria molto espansiva non deve diventare uno stato normale.

E chi alla fine paga per la crisi? Chi sostiene l’onere per le centinaia di miliardi per il salvataggio? Saremo tutti un po’ più poveri?

La pandemia grava su noi tutti. Ci rende più poveri in tutto il mondo. I miliardi per il salvataggio dovrebbero proprio limitare i danni. I danni dovuti all’acqua di spegnimento e i costi di restauro non si contrappongono neppure ad una richiesta di intervento dei vigili del fuoco in caso di incendio. Che cosa sarebbe successo, se la politica e le banche centrali non fossero intervenute? Sono convinto che una crisi irrefrenata, un crollo economico irrefrenato con tutti i suoi effetti di rafforzamento sarebbero diventati per noi tutti molto più dolorosi e costosi.

Ma lo stato non assume il ruolo dell’unico salvatore beatificante?

Lo stato, naturalmente, deve di nuovo ritirarsi in futuro. Però adesso, dal mio punto di vista, è richiesto il suo intervento: in questa situazione eccezionale agisce quasi come se fosse una specie di assicurazione. Lo stato si assume rischi e oneri di imprese e famiglie perché la collettività li possa sostenere meglio.

Ciononostante qualcuno deve alla fine ripagare i debiti giganteschi. Da sinistra risuona già il grido di battere cassa dai benestanti. Cosa ne pensa lei?

I debiti devono essere serviti e il rapporto debito/PIL va di nuovo ridotto. Però non si riesce a valutare con certezza al momento quale sarà il relativo risanamento di bilancio necessario. Dipenderà anche dal vigore della crescita futura. In un’economia sociale di mercato, in linea di principio, le spalle più larghe forniscono il contributo maggiore. Questo principio non subirà cambiamenti, e sulla sua concreta conformazione deve decidere la politica che comunque non dovrà perdere di vista le ripercussioni del sistema fiscale sulla crescita economica. Per la Germania presumo che il rapporto debito/PIL non aumenterà in una misura tale da rendere necessario l’avvalersi di strumenti fiscali eccezionali. In tal senso può darsi che la situazione in altri paesi, con debiti più elevati, sarà più complicata.

Sta alludendo alle condizioni in Italia.

No, non sto parlando di un paese specifico. Alla fine quello che conta è che tutti i paesi tornino a solide finanze pubbliche. Nella situazione attuale sono importanti la solidarietà e il supporto dell’Europa. Gli sforzi determinanti vanno però comunque fatti ancora a livello nazionale. Come farlo lo deve decidere il rispettivo paese, e questa poi è anche una questione di solidarietà nazionale.


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