“Non vedo motivo di panico” Intervista di Jens Weidmann al settimanale Frankfurter Allgemeine Sonntagszeitung (data di pubblicazione: 25 agosto 2019)

19.08.2018 | Jens Weidmann DE EN FR

L’intervista è stata condotta da Gerald Braunberger è Christian Siedenbiedel

Traduzione: Deutsche Bundesbank


Sig. Weidmann, le prospettive per la congiuntura si stanno offuscando. Stiamo per assistere al prossimo massiccio intervento di politica monetaria in Europa?

Ormai è un riflesso consueto l’appellarsi a un massiccio intervento di politica monetaria. A partire dalla crisi le banche centrali vengono viste da molti come le uniche attrici in grado di agire. Io lo ritengo sbagliato. E d’altronde non è giustificato neanche in base ai più recenti dati congiunturali nell’area dell’euro.

Però la situazione congiunturale non può lasciarla indifferente?

Certo che non lo fa. Però non vedo nessun motivo per farsi prendere dal panico. È chiaro che la situazione congiunturale si è offuscata, proprio in Germania. Ci troviamo in una fase di stagnazione congiunturale. L’economia tedesca esce tuttavia da un lungo periodo di ripresa con un’occupazione record e capacità produttive altamente sfruttate. Attualmente le prospettive sono particolarmente insicure. Peraltro ciò è dovuto soprattutto alla politica, pensi alla Brexit o ai conflitti commerciali internazionali.

Lei intende dire che la recessione è ancora incerta?

L’insicurezza della prognosi è altissima. E naturalmente ci sono importanti lavori politico-economici in corso. Ma noi non dovremmo né incorrere in attivismo esagerato né abbandonarci al pessimismo.

Allora che cosa può fare la BCE, se i dati economici continuano a peggiorare?

Lei è tornato di nuovo innanzitutto alla BCE. Per prima cosa dovrebbero avere effetto gli stabilizzatori fiscali automatici: Ciò significa che il sistema fiscale e l’assicurazione contro la disoccupazione sostengono automaticamente l’economia quando la congiuntura si raffredda. Inoltre anche proprio la Germania avrebbe un campo d’azione politico-fiscale per contrapporsi attivamente a un inasprimento della recessione. Nel caso di un crollo congiunturale le regole di bilancio prevedono ulteriori possibilità di agire fiscalmente.

Concorda con il presidente della BCE, Mario Draghi, e gli altri politici monetari che affermano che ora è un compito della politica fiscale?

Senza dubbio la politica fiscale ha il compito di stabilizzare la congiuntura a condizione che non si metta in pericolo la sostenibilità delle finanze pubbliche. In un contesto di bassi interessi essa può essere probabilmente ancor più efficace. Perciò, dal mio punto di vista, se si giungesse a una vera recessione, sarebbe richiesto effettivamente l’intervento della politica fiscale, anche in Germania. Però come già detto: le prospettive attuali sono incerte. Non c’è ancora alcun motivo per mettere in piedi un grande programma congiunturale. Non dovremmo neppure dimenticare che la politica fiscale tedesca ha già un orientamento espansivo e che sono previsti altri interventi espansivi.

E la politica monetaria?

La politica monetaria è vincolata alla stabilità dei prezzi nell’area dell’euro. Se tale stabilità è in pericolo, deve reagire, e una congiuntura più debole attenua naturalmente la spinta al rialzo dei prezzi.

Se osserva ora il mandato della BCE, il mantenimento della stabilità dei prezzi, e l’inflazione. Non ne risulta la necessità di agire da parte della banca centrale?

Noi nel Consiglio direttivo della BCE siamo concordi che la politica monetaria attualmente debba essere espansiva. In base alla nostra prognosi di giugno il tasso di inflazione però salirà poco a poco e nel 2021 si troverà non troppo distante da “appena sotto il 2 per cento”. L’attuale dibattito ruota intorno alla questione su quanto forte dovrebbe essere la reazione della BCE, qualora calasse la pressione sui prezzi, e su quali siano gli effetti primari e secondari di singoli interventi.

Che cosa c’è di male se il tasso di inflazione si muove nel frattempo tra l’1 e l’1,5 per cento invece che intorno al 2 per cento?

Di male non c’è nulla a prima vista. La maggior parte dei cittadini non dovrebbe in effetti considerarlo un problema. Anche il Consiglio direttivo della BCE ha definito in generale la stabilità dei prezzi come un aumento dei prezzi sotto il 2 per cento nell’area dell’euro. Perciò, in linea di principio, qualsiasi tasso di inflazione tra lo zero e il 2 per cento sarebbe compatibile con la stabilità dei prezzi. Tuttavia il Consiglio direttivo della BCE ha chiarito nel 2003 che, nell’ambito di tale definizione per la stabilità dei prezzi, persegue un obiettivo: un tasso di inflazione su livelli inferiori ma prossimi al 2 per cento su un orizzonte di medio periodo. Ciò esige attualmente che ci avviciniamo di nuovo dal basso con affidabilità all’obiettivo. È importante che la politica monetaria persegua credibilmente i propri obiettivi. Altrimenti incombe la minaccia di un aggiustamento non auspicabile delle aspettative inflazionistiche e dei tassi di interesse reali, da cui poi può nascere un problema politico-monetario.

Sarebbe una buona cosa modificare l’obiettivo per l’inflazione?

Naturalmente dobbiamo riesaminare di tanto in tanto la strategia di politica monetaria. E l’auspicato tasso di inflazione è una delle colonne portanti di questa strategia. Dalla Germania sento spesso che sarebbe pure bene accetta un’inflazione un po’ più bassa. D’altra parte ci sono voci che si dichiarano favorevoli a un’inflazione più alta e affermano che con interessi nominali pure più alti aumenterebbe il campo d’azione politico-monetario. La questione è complessa. Dal mio punto di vista non c’è tuttavia nessuna prova convincente che possa mettere fondamentalmente in dubbio l’obiettivo perseguito finora. Perciò mi esprimo a favore del mantenimento del nostro obiettivo, formulato consapevolmente a medio termine.

Ma con il tempo non è frustrante per un’istituzione come la BCE avere un obiettivo che non riesce a raggiungere?

Decisivo è il fatto che siamo sulla strada in tale direzione. Se, per buoni motivi, il raggiungimento si procrastina, lo ritengo sostenibile.

E se la BCE ora vuole adottare una politica monetaria ulteriormente espansiva, quali argomenti sono poi a favore di un ulteriore abbassamento degli interessi e quali a favore di nuovi acquisti di titoli?

Se si mantengono bassi i tassi di interesse e costanti i depositi di titoli acquisiti, allora la politica monetaria continua ad essere molto espansiva. La domanda è: Tenendo conto delle nostre prospettive in fatto di prezzi, dal punto di vista politico-monetario, sono necessari i nostri nuovi interventi, soprattutto se aumenta l’importanza degli effetti collaterali e diminuisce l’efficacia degli strumenti? Lei sa che, per quanto concerne l’acquisto di titoli di Stato, io sollecito una particolare prudenza perché c’è il pericolo che faccia svanire la linea divisoria tra politica monetaria e politica fiscale. Perciò noi, nel Consiglio direttivo della BCE, abbiamo anche posto alcuni paletti. Ad esempio non compriamo sproporzionatamente titoli di Stato di paesi altamente indebitati. Essenzialmente escludiamo una condivisione della responsabilità. E possiamo comprare anche soltanto un terzo delle emissioni di uno Stato. Nell’ambito di questi limiti esistono ancora, in parte, determinati campi d’azione. Non riterrei però corretto mettere fondamentalmente in dubbio i criteri. Non dobbiamo penetrare proprio nella zona confinante con il finanziamento statale.

Però all’incontro dei banchieri centrali nella città portoghese di Sintra, Draghi ha affermato piuttosto chiaramente che a lui questi argomenti del finanziamento statale non interessano.

Io non l’ho capito così. I limiti per gli acquisti di titoli avevano una grande rilevanza per il Consiglio direttivo della BCE nel momento in cui aveva deciso il programma, anche al fine di mantenere una certa distanza dal finanziamento monetario degli Stati.

Quali effetti collaterali teme in caso di una chiara estensione degli acquisti di titoli?

Come già detto: Temo che la linea divisoria tra politica monetaria e politica fiscale si confonda sempre di più. Allora per la politica monetaria diventerebbe sempre più difficile liberarsi dalla stretta della politica fiscale. Ciò politicizza sempre di più le banche centrali e mette in pericolo la loro indipendenza. E soltanto banche centrali indipendenti possono assicurare con affidabilità la stabilità dei prezzi.

La banca centrale può spingere ulteriormente a piacere gli interessi in negativo o ci sono dei limiti verso il basso?

Negli ultimi anni si è visto che gli interessi negativi sono possibili ed efficaci dal punto di vista politico-monetario. Però più bassi sono gli interessi, più aumenta ad esempio lo stimolo di tenere il denaro in contanti. Allora, prima o poi, ulteriori abbassamenti dei tassi di interesse vanno a vuoto. Questo punto, secondo me, non l’abbiamo però ancora raggiunto.

Prende sul serio gli annunci delle assicurazioni di voler mettere in cassaforte i contanti per non dover pagare interessi negativi per i depositi presso la BCE?

Ciò illustra il punto che esiste un limite inferiore per i tassi di interesse. Noi teniamo sott’occhio i cambiamenti nei depositi di denaro contante. Negli istituti di credito comunque abbiamo potuto constatare un leggero aumento delle consistenze di cassa.

Quanto è ancora sovrana una banca centrale al giorno d’oggi? L’inversione della curva dei rendimenti, quanto i tassi di interesse per obbligazioni a lungo termine sono inferiori a quelli a breve scadenza, indica che i mercati si aspettano un abbassamento degli interessi. La banca centrale, poi, può fare veramente qualcosa d’altro che seguire quello che si aspettano i mercati?

Se noi seguissimo soltanto quello che si aspettano i mercati, il Consiglio direttivo della BCE potrebbe in fin dei conti rimanere a casa. La curva dei rendimenti rispecchia fra l’altro fattori diversi. Le aspettative di altre riduzioni degli interessi sono soltanto un elemento. Noi non siamo neanche obbligati a soddisfarle. Anche se in una certa fase i mercati sobbalzano, ciò non deve trattenerci dal fare quello che è giusto.

Le banche tedesche si augurerebbero un sistema a più livelli del tasso di interesse per depositi presso la BCE, similmente a quello che avviene in Svizzera. Si può lasciarle sperare?

Le banche vengono penalizzate da un contesto caratterizzato da interessi negativi, e uno scaglionamento procurerebbe loro un certo sollievo. Perciò le loro richieste sono comprensibili. Per noi, però, quello che deve essere decisivo è se un tale sistema a più livelli migliori l’efficacia della politica monetaria. Di ciò si sta discutendo nel Consiglio direttivo della BCE, ma non è stata ancora presa una decisione.

Lei dice che la politica monetaria non deve soddisfare le aspettative delle banche, neanche quelle degli Stati. Deve allora soddisfare le aspettative dei risparmiatori?

Noi dobbiamo soddisfare le aspettative di tutti in prezzi stabili. Questo è il nostro mandato.

La lascia del tutto indifferente il fatto che i risparmiatori in Germania chiedano che il presidente della Bundesbank debba impegnarsi affinché prossimamente sui risparmi maturino di nuovo degli interessi?

Naturalmente non mi lascia indifferente. Capisco le preoccupazioni. Per il risparmiatore al momento la situazione è aggravata dal fatto che, in una lunga fase di interessi bassi, stiamo discutendo su ulteriori allentamenti. Normalmente nel corso di un ciclo congiunturale si verifica una certa compensazione. Che adesso non vediamo. Però date le attuali prospettive per i prezzi, è congruo un indirizzo politico-monetario espansivo nell’area dell’euro. E nessuno in effetti è solo risparmiatore, ma è anche lavoratore, debitore o contribuente. Ad esempio l’assicurazione pensionistica statale, che si finanzia con un sistema a ripartizione, approfitta di un elevato grado di occupazione con aumenti sensibili delle retribuzioni. In questo contesto gli interessi bassi hanno un effetto positivo. Inoltre la politica monetaria è solo uno dei fattori che causano gli interessi bassi, anche la tendenza al ribasso della crescita a lungo termine gioca un ruolo.

Che cosa si aspetta dalla nuova presidente della BCE, Christine Lagarde? Farà molte cose in maniera diversa da quello che avrebbe fatto lei?

Christine Lagarde eserciterà e caratterizzerà la sua carica a suo modo, altrimenti la decisione non sarebbe stata importante. Conosco e apprezzo Christine Lagarde, non da quando è a capo dell’FMI, bensì anche già in qualità di ministra sotto il presidente Sarkozy. Sono sicuro che collaboreremo bene insieme, e ne sono lieto. Christine Lagarde dovrà affrontare grandi sfide: una congiuntura che si sta raffreddando, con attenuate prospettive inflazionistiche e una politica monetaria che ha già fatto moltissimo. Deve dimostrare risolutezza, ma non può neppure perdere di vista gli effetti collaterali dei nostri provvedimenti. E deve anche difendersi dalla strumentalizzazione della politica monetaria da parte della politica. Il tutto è impegnativo.

Allora è opportuno che il presidente della BCE, prossimamente uscente, Mario Draghi, lasci alla futura presidente, Christine Lagarde, un ristretto campo d’azione politico-monetario con un programma di allentamento di grande respiro?

La politica monetaria deve agire se lo ritiene necessario. Ma su eventuali adeguamenti della strategia per la politica monetaria, a mio parere, si dovrebbe decidere sotto la nuova presidente.

La Banca centrale europea necessita di una nuova strategia di politica monetaria? Ultimamente si aveva quasi l’impressione che ci sia per l’inflazione un obiettivo simmetrico, in base al quale è indistintamente indesiderata sia un’inflazione decisamente più alta del 2 per cento sia una al di sotto di questa soglia. Ufficialmente l’obiettivo finora è asimmetrico, “su livelli inferiori ma prossimi al 2 per cento”.

In effetti, in collegamento con la nostra definizione di stabilità dei prezzi la formulazione dell’obiettivo finora, dal mio punto di vista, non è simmetrica. In linea di principio si può discutere su questo tema nell’ambito di un ampio dibattito strategico. Nella situazione attuale questa nuova interpretazione dell’obiettivo aumenterebbe ulteriormente soprattutto la pressione per un’azione politico-monetaria.

Quando fu fissato l’obiettivo della BCE per l’inflazione, probabilmente non si presumeva ancora che la banca centrale si dovesse occupare così intensamente di un indesiderato basso livello di inflazione?

In effetti non si poteva proprio prevedere. Quando la politica monetaria europea si stava delineandosi, la sfida era piuttosto quella di evitare tassi di inflazione troppo alti. Dobbiamo sempre confrontarci con un contesto in evoluzione. Però cambiamenti della nostra strategia non vanno presi in fretta e furia, ma decisi nel Consiglio direttivo della BCE soltanto dopo un’ampia discussione.

Se getta un breve sguardo agli ultimi anni, certe preoccupazioni in tema di politica monetaria non convenzionale erano esagerate? Ad esempio il timore che a causa della politica monetaria ultra-espansiva potesse arrivare prima o poi l’inflazione?

Le preoccupazioni per un’iperinflazione avanzante erano sicuramente esagerate. Questo però non era e non è il motivo per cui sollecito di procedere con prudenza in fatto di politica monetaria non convenzionale. Per me, da una parte si tratta del pericolo che la politica fiscale si appropri della politica monetaria. Infatti una politicizzazione della politica monetaria diventa prima o poi anche un problema per la credibilità della banca centrale e di conseguenza per la sua capacità di garantire la stabilità dei prezzi. In una serie di paesi si può osservare già un dibattito sempre più politicizzato sulla politica monetaria. D’altra parte dobbiamo tenere sott’occhio i rischi per la stabilità finanziaria da medio a lungo termine. Non per niente la maggior parte dei paesi nell’area dell’euro perciò ha già adottato delle cosiddette misure macroprudenziali. Se questi rischi si materializzano, anche ciò può compromettere la nostra capacità di assicurare la stabilità dei prezzi.

Anche la Bundesbank aveva messo in guardia da eccessi sul mercato immobiliare. Perché finora non è scoppiata nessuna bolla?

In genere, se una bolla c’era o non c’era, lo si sa spesso soltanto a posteriori. Sul mercato immobiliare tedesco osserviamo in tanti settori aumenti di prezzo che non possiamo più ben spiegare soltanto con fattori come il reddito e la popolazione. Decisivo per noi, tuttavia, è capire se per questo motivo sorgano dei rischi per la stabilità finanziaria. Tali rischi li classifichiamo ancora come piuttosto moderati perché la concessione di crediti non appare eccezionalmente dinamica e rischiosa.

Uno sguardo oltre l’Atlantico: La banca centrale statunitense Fed all’inizio dell’anno ha rivoltato la sua strategia perlomeno a breve termine. Che cosa significa allora per la politica monetaria europea?

La Fed non ha rivoltato la sua strategia. Ha reagito all’aumento dei rischi per le prospettive economiche e ha abbassato il tasso ufficiale di riferimento. Indirettamente ciò ha conseguenze anche sulla politica monetaria europea. Infatti incide sul nostro contesto macroeconomico, ad esempio attraverso le esportazioni e il tasso di cambio. Lo stesso vale naturalmente anche al contrario: Se la BCE allenta ulteriormente le briglie politico-monetarie, potrebbe a sua volta aumentare la pressione sulla Fed affinché intervenga.

Nutre il timore che la guerra commerciale – tanto per usare una volta questo termine marziale – venga condotta in futuro anche in forma di guerre monetarie?

Sembra che alcuni politici individuino senz’altro il tasso di cambio quale leva nella politica commerciale. Ciò significherebbe l’inasprimento di uno sviluppo comunque già minaccioso. L’offuscamento congiunturale, del quale stiamo parlando tutto il tempo, è essenzialmente connesso ai conflitti commerciali. La Germania con la sua economia nazionale aperta, in questo campo ha moltissimo da perdere.

Chi è il pericolo maggiore per l’indipendenza della banca centrale, Donald Trump o la Libra, la nuova moneta digitale di Facebook?

L’indipendenza delle banche centrali non la vedo minacciata dalla Libra. In concomitanza con la Libra, per me, nella mia funzione di banchiere centrale, la questione è quali effetti avrebbe un tale strumento digitale privato di pagamento sulla politica monetaria, sulla stabilità finanziaria e sui pagamenti, se fosse piuttosto ben diffuso. Se ciò avverrà davvero e quale forma concreta avrà la Libra, per ora è del tutto incerto. In ogni caso la Libra potrebbe contribuire a rendere più rapidi e più convenienti i pagamenti, soprattutto quelli transfrontalieri.

La Libra renderà prossimamente superflue le banche centrali?

A tale proposito, almeno per quanto riguarda l’area dell’euro, mi sento rilassato. L’euro è una moneta solida con la quale si può pagare con comodità, sicurezza e rapidità in svariati modi. La Libra è una cosiddetta “stable coin” che per così dire “prende a prestito” la stabilità delle monete tradizionali. Quindi la Libra avrebbe un valore più stabile che, ad esempio, Bitcoin e potrebbe essere attraente per gli utenti di certi paesi emergenti. Sebbene la sua forma non sia ancora chiara nei dettagli, per l’utente nell’area dell’euro la Libra sarebbe probabilmente connessa a rischi di cambio e di credito. Se ad esempio il cambio del dollaro oscilla, cambia anche il valore del paniere valutario della Libra rispetto all’euro.

La Libra quindi non è un tema per le banche centrali?

Per me la discussione sulla Libra sottolinea due cose. Da una parte noi, in qualità di banche centrali, dobbiamo continuare a sviluppare i nostri sistemi che costituiscono la colonna vertebrale del sistema dei pagamenti. Le banche devono fare la loro parte e continuare ad offrire ai cittadini modalità di pagamento in euro convenienti, veloci e comode. La concorrenza stimola sicuramente gli affari in questo campo. D’altra parte dobbiamo badare che con la Libra non si scardino le normative, in particolare quelle riguardanti la protezione dei consumatori, la prevenzione in tema di riciclaggio di denaro o la sicurezza dei pagamenti.


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