“Sarebbe quindi anche controproducente dal punto di vista economico allentare la presa troppo rapidamente” Intervista del quotidiano Rheinische Post con il presidente della Bundesbank Jens Weidmann

31.12.2020 | Jens Weidmann DE EN FR

L’intervista è stata condotta da Moritz Döbler e Kerstin Münstermann.
Traduzione: Deutsche Bundesbank

Dott. Weidmann, la Germania si trova nel mezzo del lockdown duro della seconda ondata di coronavirus. Possiamo veramente permetterci le ampie misure contro la crisi, come dice il Ministro Federale delle Finanze?

Le somme di cui parliamo sono impressionanti e ad alcuni incutono paura. Tuttavia, era giusto intervenire in maniera risoluta, affinché l’economia non cadesse in una spirale negativa. La Germania ha gestito le sue finanze in modo solido nei periodi di congiuntura favorevole e ora, in questo periodo difficile, ha dello spazio di manovra. Indebitandosi fortemente, lo Stato stabilizza l’economia e impedisce così facendo degli sviluppi peggiori.

Ma questi debiti sono ancora gestibili?

Ci aspettiamo che l’indebitamento risulti inferiore rispetto a quello della grande crisi finanziaria e che lo Stato tedesco possa sostenerlo. Se necessario, ha addirittura ancora spazio per apportare adeguamenti. L’insicurezza sull’andamento della pandemia e le sue ripercussioni economiche continua infatti ad essere elevata e lo è in entrambi i sensi. Per esempio, la seconda ondata di coronavirus è più forte di quanto ci si aspettasse e ci giungono notizie di un nuovo ceppo del virus più contagioso. Dall’altra parte, i vaccini ora sono a disposizione più rapidamente di quanto si pensasse all’inizio.

Si riesce comunque ancora a fare previsioni serie?

Certamente. Tuttavia, in considerazione dell’elevata insicurezza, è ancora più importante rendere pubblico su quali ipotesi si basano, per esempio sull’andamento futuro dei contagi. In estate abbiamo visto che l’economia è in grado di ripartire velocemente dopo un lockdown. Per questo la seconda ondata non ci porta ora a mettere fondamentalmente in discussione le nostre previsioni dell’inizio di dicembre.

Ma la seconda ondata non arrecherà molti più danni?

Al momento non credo che sarà così. La vita economica non viene limitata in modo così esteso come in primavera. Le imprese hanno imparato a gestire meglio la situazione. E presto si inizierà con le vaccinazioni. Decisivo è l’andamento dei contagi. La pandemia deve essere arginata e infine superata, affinché l’economia possa riprendersi in maniera sostenibile.

Anche senza coronavirus, alcune parti dell’economia erano già sotto pressione, per esempio l’industria automobilistica tedesca. La pandemia e il cambiamento strutturale rischiano di renderci di nuovo “il malato d’Europa”?

Non sottovaluterei la capacità di trasformazione e la forza innovativa dell’economia tedesca. E l’industria ha attraversato la crisi relativamente bene fino ad ora, i servizi stanno soffrendo di più a causa delle limitazioni dei contatti. Ora la sfida principale della politica è: da una parte sostenere l’economia, dall’altra non ostacolare il cambiamento strutturale. In ogni caso le misure statali anticrisi devono essere nuovamente terminate con fermezza appena la crisi sarà superata.

Prima o dopo le prossime elezioni?

Le misure per contrastare la crisi dovrebbero dipendere dall’andamento della pandemia, non da scadenze elettorali.

Vede il pericolo che si possa cedere alla tentazione, per esempio nel caso dell’indennità per lavoro a orario ridotto, di rinnovare questo strumento troppo a lungo?

La maggior parte delle persone non lavora volentieri a tempo ridotto, vuole lavorare a orario normale. Il lavoro a orario ridotto è uno strumento standard e il suo temporaneo ampliamento in questo momento è il provvedimento giusto. Aiuta a superare il profondo calo economico ed evita una disoccupazione elevata. Ma, una volta superato il peggio, le disposizioni straordinarie in merito all’indennità per il lavoro a orario ridotto devono cessare. Altrimenti minacciano di opporsi ai necessari cambiamenti strutturali. Il tempismo è un difficile compito di ponderazione che non invidio alla politica.

La BCE ha effettuato adeguamenti a marzo, a giugno e da ultimo a novembre. Lei si è espresso in modo critico nei confronti delle più recenti misure di aiuto. La quota di titoli di Stato dei Paesi dell’area dell’euro, che le banche centrali detengono, non dovrebbe crescere troppo e le misure d’emergenza di politica monetaria non dovrebbero diventare uno strumento permanente. Significa che considera troppo elevati gli aiuti della BCE?

Le possibilità della politica monetaria sono attualmente limitate. Quando per esempio i ristoranti e i negozi sono chiusi, nessuno vi può spendere soldi, nonostante i tassi di interesse siano bassi. Qui lo Stato e la politica fiscale sono chiamati a sostenere le imprese e i dipendenti per i mancati introiti. Le banche centrali contribuiscono soprattutto a far sì che le condizioni di finanziamento restino favorevoli e che non ne derivi una stretta creditizia, che acuirebbe la crisi. Altrimenti l’inflazione si allontanerebbe ancora di più dal nostro obiettivo e la stabilità dei prezzi sarebbe in pericolo. Ritengo quindi che un sostegno da parte della politica monetaria sia necessario, ma ho in effetti dei dubbi in merito alla dimensione dei nuovi acquisti di titoli che sono stati decisi. Inoltre, è importante che anche queste misure vengano ridotte una volta che l’emergenza per cui sono state create sarà finita.

La politica conta troppo sulle banche centrali?

Nel complesso, la politica ha agito correttamente in questa crisi. Solo non dovrebbe confidare troppo nel fatto che le banche centrali mantengano i tassi d’interesse bassi per sempre. Se le prospettive dei prezzi lo richiedono allora dovrà anche arrivare un’inversione dei tassi d’interesse.

Ma un’inversione dei tassi d’interesse entro i prossimi anni è realistica?

Secondo le nostre più recenti previsioni, l’inflazione nell’area dell’euro dovrebbe rimanere piuttosto contenuta nei prossimi anni. Potrebbe quindi passare ancora un po’ di tempo prima che i tassi d’interesse tornino a crescere.

Teme per l’indipendenza delle banche centrali? La Fed negli Stati Uniti è già esposta a enorme pressione…

La maggior parte delle banche centrali è indipendente per legge dalla politica. Noi dell’Eurosistema abbiamo il chiaro mandato di mantenere in primo luogo la stabilità dei prezzi. In realtà, questo dovrebbe essere sufficiente per liberarci da tale pressione.

Dovrebbe?

Non dobbiamo suscitare false aspettative. Se i governi partono dal presupposto che le banche centrali nel dubbio si precipiteranno sempre in soccorso, potrebbero eventualmente non vedere più limiti al debito pubblico. Debiti più alti aumentano a loro volta la pressione nei nostri confronti. Pertanto, dobbiamo ripetere sempre molto chiaramente che non avremo riguardo per i costi di finanziamento pubblico, se la stabilità dei prezzi richiede tassi d’interesse più elevati. Nel loro stesso interesse i governi dovrebbero prepararsi ad un aumento dei tassi e non agire come se qualsiasi livello di indebitamento fosse facilmente finanziabile.

Quanto è pericoloso per il morale, che il Ministro delle Finanze stia rastrellando miliardi di euro con nuovi debiti grazie a tassi d’interesse negativi?

Lo Stato tedesco ha puntato su finanze pubbliche solide e vi è tenuto anche dalla costituzione. Inoltre, trae attualmente vantaggio da tassi d’interesse molto bassi, addirittura negativi. Entrambi i fattori gli consentono di adottare forti misure di politica fiscale per contrastare la crisi. Ma né in Germania, né in altri Paesi dell’area dell’euro si dovrebbe confidare nel fatto che i tassi d’interesse rimangano così bassi in eterno. Che la Grecia e l’Italia in questo momento possano indebitarsi con costi minori rispetto agli Stati Uniti è comunque molto insolito.

Quanto La preoccupa la stabilità dei prezzi?

Attualmente le rilevazioni dei prezzi non sono del tutto significative. Alcuni beni, che sono inclusi nell’indice dei prezzi, non possono essere comprati e di alcuni servizi non si può usufruire. Ciò vale per esempio per i pacchetti vacanze e le uscite al ristorante o al teatro. In considerazione della futura pressione sui prezzi si pone la domanda: i consumi rimandati verranno recuperati successivamente? Io, in ogni caso, presumo che l’inflazione aumenterà, una volta che le misure di contenimento verranno revocate. In Germania si aggiunge il fatto che l’IVA ritornerà al 19%. Da noi i tassi di inflazione potrebbero attestarsi oltre il 2% nel secondo semestre. Tuttavia, in tutta l’area dell’euro la tendenza generale dei prezzi dovrebbe comunque rimanere piuttosto contenuta.

Ha avuto senso abbassare l’imposta sul valore aggiunto?

In quel momento, l’ho ritenuta una scelta ragionevole e continuo a non essere così scettico in merito come altri. Circa il 60% della riduzione dell’imposta è stato inoltrato applicando prezzi inferiori ed è quindi andato a beneficio del potere d’acquisto dei consumatori. Il restante 40% non è però andato perso, bensì è rimasto alle imprese. Si è dato così sostegno alle imprese in una situazione critica. Anche questo ha aiutato – sebbene la crisi non abbia sicuramente colpito con la stessa forza tutte le aziende. L’obiettivo di questo provvedimento era quello di anticipare il consumo, per smussare l’andamento del ciclo economico. Tuttavia, di norma ciò non funziona sulla lunga durata e per questo ci si dovrebbe attenere alla conclusione prevista per la fine dell’anno. 

Come si deve procedere dopo la fine del lockdown? Si deve andare gradualmente verso una riapertura o mantenere invece una linea dura?

Prima di tutto vengono la salute e la vita delle persone. Per quanto riguarda le prospettive economiche, alla fin fine sarà decisivo l’andamento dei contagi. Sarebbe quindi anche controproducente dal punto di vista economico allentare la presa troppo rapidamente. L’economia soffrirebbe dell’insicurezza e della prudenza nei consumi, se la gente temesse per la propria salute. L’importante è che l’andamento dei contagi venga contenuto in modo efficace.

Si punta ancora a sufficienza sulle forze del mercato? Il vaccino viene dal settore privato...

Lo Stato ha un ruolo importante. È giusto che in una situazione critica si assuma ulteriori rischi e stabilizzi l’economia. Ma non dovrebbe nascerne una nuova interpretazione dei ruoli. Nella nostra economia sociale di mercato lo Stato non può sostituirsi alla concorrenza del settore privato e alle innovazioni imprenditoriali.

Aumenta il significato del denaro contante, perché la gente torna a mettere i soldi sotto al cuscino?

All’inizio della crisi abbiamo assistito ad un aumento della domanda di contante, perché le persone volevano “andare sul sicuro”. Contemporaneamente, durante la pandemia, sempre più acquisti vengono pagati senza contanti. In ogni caso il denaro contante come mezzo di pagamento continua ad avere il suo ruolo legittimo: salvaguarda la sfera privata e non dipende così tanto dall’infrastruttura tecnica.

L’istruzione è particolarmente importante per lo sviluppo economico. Che cosa deve avvenire per far sì che la Generazione Coronavirus a lungo termine non rimanga indietro?

Ritengo che sia un tema importante. In molti casi l’annullamento delle lezioni in presenza non viene compensato con l’apprendimento a casa. Esperienze del passato dimostrano l’effetto di un’interruzione delle lezioni su vasta scala. Una volta nel mondo del lavoro, quegli alunni erano più spesso disoccupati e percepivano un reddito inferiore. Una tale situazione non dovrebbe ripetersi e dobbiamo compensare il mancato apprendimento. Questo può significare spese maggiori per l’istruzione e sicuramente programmi innovativi, per esempio dovremmo utilizzare meglio i media digitali.

Il cambiamento climatico come minaccia passa in secondo piano a causa della pandemia?

Non deve accadere e, a mio avviso, non sta accadendo. Il cambiamento climatico è una delle sfide più grandi del nostro tempo e ha serie ripercussioni su tutti noi. Gli Stati devono prendere delle misure efficaci in merito. Anche noi banche centrali possiamo dare un contributo, per esempio al cambiamento verde nel sistema finanziario. Ma noi non facciamo una politica climatica propria. Questa ha per esempio spesso considerevoli effetti in termini di distribuzione, come mostra l’abbandono del carbone, e deve perciò essere in mano a parlamenti e governi eletti.

Negli Stati Uniti, a gennaio, entrerà in carica un nuovo presidente – che cosa si aspetta?

Collego questo evento alla speranza che la spaccatura della società americana possa venire superata e la politica degli Stati Uniti ritorni ad essere più prevedibile per gli altri paesi. Spero soprattutto che ne derivi una spinta per l’Organizzazione mondiale del commercio.

Vede una conclusione del conflitto commerciale con la Cina?

Gli Stati Uniti continueranno a considerare la Cina con sguardo critico e in alcuni punti la loro critica era infatti fondata. Ma spero che i rapporti tra i due paesi cambino. Ciò potrebbe anche aiutare a tenere a freno il protezionismo attualmente in crescita. Una visione puramente orientata all’interno del paese non aiuta, né negli Stati Uniti, né in Cina e ancora meno in Europa.

Quali cambiamenti duraturi vede come conseguenza della pandemia?

In molti ambiti non è ancora chiaro. Però la pandemia ha sicuramente accelerato la digitalizzazione. Molti ne riconoscono ora con più chiarezza i vantaggi, ma anche ciò che non può sostituire. Nel mondo del lavoro l’home office ha acquisito un nuovo significato. Probabilmente diventerà più normale ripartire il lavoro tra casa e presenza sul posto di lavoro. Perché questo porta vantaggi significativi in termini di conciliabilità tra famiglia e lavoro. Il contatto diretto all’interno del team di lavoro non è però sostituibile. Alla fine dobbiamo trovare il giusto equilibrio.

Che cosa si augura per il nuovo anno?

Spero che supereremo presto la pandemia e potremo ritornare ad incontrarci con serenità. Questo mi manca anche a livello strettamente personale.

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