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Quando parla a voce più bassa del solito, le cose si fanno serie.

Quando parla a voce più bassa del solito, le cose si fanno serie. Intervista al settimanale Welt am Sonntag del 23.12.2018

23.12.2018 | Jens Weidmann DE EN FR

L’intervista è stata condotta da Jan Dams, Anja Ettel e Dagmar Rosenfeld.

Traduzione: Deutsche Bundesbank

Dà l’impressione di essere sempre una persona molto equilibrata. Quando ha perso le staffe l’ultima volta?

Non sono una persona che perde le staffe. Si può essere chiari senza sbraitare in giro col viso rosso e la voce roca. Nel Consiglio direttivo della BCE e alla Bundesbank mi capiscono anche così. I miei figli dicono sempre che quando parlo a voce più bassa del solito, le cose si fanno serie. (ride)

Si arrabbia vedendo che un paese dell’UE continua a rimandare il risanamento delle finanze pubbliche e alla fine riesce anche a cavarsela?

Non sono arrabbiato, bensì preoccupato per quello che ciò significa per la futura disciplina di bilancio nell’area dell’euro. Ad ogni modo, la riduzione del deficit originariamente promessa è stata cassata. Per la Commissione e gli altri governi sarà ancora più difficile in futuro esigere delle finanze pubbliche solide.

Auspica un maggiore rigore a Bruxelles?

Non c’entra il rigore. Al culmine della crisi è stata delineata la prospettiva di regole di bilancio più efficaci come contrappeso ad una maggiore condivisione dei rischi. Pertanto, io mi augurerei che le regole venissero applicate rigorosamente e l’effetto vincolante non venisse ulteriormente indebolito, anche in vista dell’accettazione di ulteriori passi verso l’integrazione. E purtroppo, se guardiamo all’accordo della Commissione con il governo italiano, non è questo il caso.

Anche il presidente francese Emmanuel Macron vuole accantonare le riforme e distribuire nuovi benefici come risposta alle proteste dei cosiddetti gilet gialli.

Il presidente Macron vuole proseguire sulla strada delle riforme, e questa è una buona notizia. Su alcuni punti ha annunciato ulteriori misure per aumentare il consenso nei confronti della propria politica. È una decisione politica legittima. Tuttavia, nel complesso, ciò dovrebbe essere realizzato in modo che sia in accordo con le regole di bilancio europee stabilite congiuntamente.

Intende dire perché la Francia supererà il limite del 3 % del rapporto deficit/PIL?

Non è ancora certo. Tuttavia, senza un corrispondente finanziamento c’è da aspettarselo. Invece, ora sarebbe il momento di ridurre il deficit: l’economia va bene e il debito continua ad essere molto elevato. Nei periodi favorevoli sarebbe giusto creare riserve per i tempi difficili, rispettare la soglia del 3 % e ridurre in modo appropriato il deficit strutturale.

L’anno prossimo, l’Europa guarderà a 20 anni dall’’introduzione dell’euro. Molti cittadini dell’Unione non vedono però motivo di festeggiare.

Nonostante le critiche non dovrebbe tralasciare il fatto che il consenso di cui gode l’euro nella maggior parte dei paesi è elevato. Stando a quanto rilevato da un recente sondaggio, due terzi della popolazione nell’area dell’euro hanno un’opinione positiva della moneta unica, in Germania la percentuale è ancora maggiore. Chiaro è che, poiché con l’Unione monetaria sono venuti a mancare la politica monetaria e il tasso di cambio dei singoli stati come strumenti di adeguamento, la politica economica nazionale svolge un ruolo ancora più importante. Evidentemente, prima della crisi questo aspetto è stato sottovalutato. E la gestione della crisi si è rivelata più lunga e difficile del previsto.

Perché allora molti si considerano dei perdenti?

A causa della crisi finanziaria e del debito sovrano, la fiducia nel sistema dell’economia di mercato è diminuita. Si è dovuto impiegare il denaro dei contribuenti per salvare banche. Nel contempo, la lenta ripresa in alcuni paesi ha contribuito a far sì che la globalizzazione venisse guardata con occhi più critici e il progresso tecnologico percepito come una minaccia. La soluzione, però, non sono l’isolamento o il tentativo di tornare al passato.

E quale sarebbe?

Possibilmente tutti dovrebbero poter sfruttare le opportunità offerte dal cambiamento tecnologico ed economico. Allo stesso tempo, non si deve perdere d’occhio l’equilibrio sociale. Trovare sempre il buon equilibrio in questo ambito è proprio il punto forte dell’economia sociale di mercato. In primo luogo sono i singoli paesi ad essere chiamati ad agire, per esempio quando si tratta di un buon sistema d’istruzione o un’infrastruttura competitiva. A livello europeo dovremmo allontanarci dalle discussioni sui meccanismi di ridistribuzione che non portano molto lontano e concentrarci invece su quei progetti che hanno un evidente valore aggiunto europeo per i cittadini. Esempi sono la sicurezza delle frontiere, la politica climatica o la difesa. Qui è più che giustificato un approccio europeo.

Anche questa è ridistribuzione perché alcuni contribuiscono finanziariamente più di altri.

È vero. Quando si realizza un progetto comune che coinvolge 19 Stati, questo può naturalmente avere una ripercussione in termini di ridistribuzione. Ed è anche comprensibile che gli Stati contribuiscano al finanziamento a seconda della propria capacità economica, come nel caso del bilancio UE. Tuttavia, è importante che le attività finanziate congiuntamente siano altresì frutto di decisioni comuni e che non vi sia una mutualizzazione dei rischi ereditati dal passato. Azione e responsabilità vanno così di pari passo.

Siamo nel frattempo giunti ad un punto in cui l’Unione monetaria deve essere estesa ad unione politica?

Naturalmente un’unione monetaria e un’unione politica si accompagnerebbero perfettamente. Ma non vedo la volontà di cui si ha bisogno per realizzarla, cioè a cedere completamente il diritto decisionale nazionale.

Questo dibattito è quindi una facciata?

Fin dalla sua creazione vi era l’aspettativa che l’Unione monetaria dovesse funzionare senza unione politica per parecchio tempo, o forse addirittura in maniera durevole. Proprio per questo motivo sono stati concordati le regole comuni di bilancio, l’esclusione reciproca di responsabilità per il debito sovrano e il divieto di finanziamento degli Stati da parte delle banche centrali. Sono la contropartita della responsabilità nazionale in temi di politica finanziaria ed economica. Esigere una condivisione della responsabilità e allo stesso tempo insistere sull’autonomia nelle questioni finanziarie è semplicemente una contraddizione.

Che cosa significa questo per il piano di una garanzia comune dei depositi?

Se concepita in modo sbagliato andrebbe a minare le fondamenta della stabilità. Se per esempio le banche, in un periodo di crisi, potessero continuare ad attingere su vasta scala ai titoli di Stato del loro governo, una garanzia comune dei depositi equivarrebbe implicitamente ad una ridistribuzione dei rischi sovrani.

Continua quindi ad essere contrario?

Un sistema europeo di garanzia dei depositi può integrare in maniera sensata l’unione bancaria. Sto solo precisando che ci sono determinati requisiti che devono essere rispettati: una normativa in materia d’insolvenza armonizzata, una sufficiente riduzione dei crediti deteriorati e una limitazione dei rischi sovrani nei bilanci delle banche. Tutti questi requisiti necessitano di accordi attendibili.

Manca un consenso di base sulla definizione di stabilità?

Non necessariamente. Ma le opinioni sulla strada giusta da percorrere per arrivarvi sono divergenti. E ci sono diverse interpretazioni per esempio della gravità di debiti sovrani elevati e pertanto del senso delle regole di bilancio.

Quale posizione è più importante per la Germania? Il presidente della Commissione europea o il capo della BCE?

Dipende a chi rivolge la domanda.

La rivolgiamo a Lei.

Sono entrambe delle posizioni europee di centrale importanza. La BCE ha mostrato che ruolo decisivo possa svolgere proprio in un periodo di crisi. Ma non per questo il presidente della Commissione europea è meno importante. Alla fine, l’assegnazione di queste posizioni è una decisione politica a livello europeo. E dalla Germania i partiti dell’Unione CDU/CSU presenteranno Manfred Weber come candidato alla presidenza della Commissione.

La versione di Berlino è che con un presidente della Commissione si possa esercitare una maggiore influenza che non con il presidente indipendente della BCE.

Il presidente della Commissione europea, come il presidente della BCE, è a capo di un organo, ed è quest’ultimo alla fine che prende le decisioni. Nessuno dei due dovrebbe rappresentare i propri interessi nazionali.

Diventerà ancora presidente della BCE?

Alcuni giornalisti mi hanno chiesto se potessi immaginarmi di assumere questa carica. Ho risposto che ogni membro del Consiglio direttivo della BCE deve ambire a svolgere un ruolo nella definizione della politica monetaria. Sarebbe stato strano se avessi escluso di accettare maggiori responsabilità. Una candidatura però è qualcosa di diverso.

Ma un presidente tedesco della BCE potrebbe raccogliere una maggioranza ed essere accettato in Europa?

Per lo meno non si dovrebbero escludere di per sé delle singole nazionalità da alcune posizioni UE. Sicuramente questo andrebbe contro l’idea dell’Europa.

Perché la scelta di chi ricoprirà questi incarichi avviene come in un bazar?

Alla fine è infatti anche necessario giungere ad un’intesa politica. E se guardiamo al risultato, i presidenti della BCE sono stati fino ad oggi sempre comprovati esperti in materia di politica monetaria. Ma in realtà pensavo che volessimo parlare di politica monetaria e non continuamente di questioni di personale.

La BCE ha confermato che non acquisterà più titoli di Stato a partire dalla fine dell’anno. È davvero la fine o solo una breve interruzione?

Per me è particolarmente importante che con la fine degli acquisti netti di titoli di Stato abbiamo deciso di fare un primo passo significativo verso la normalizzazione. Tuttavia, il reinvestimento di titoli in scadenza proseguirà ancora per un prolungato periodo di tempo. Pertanto, non si pone fine al programma, né la politica monetaria diviene ora per questo restrittiva, ma rimane invece decisamente espansiva. Con parole semplici: il Consiglio direttivo della BCE lascia piede sull’acceleratore, senza però continuare a schiacciare il pedale.

La BCE ha corretto al ribasso le previsioni di crescita e inflazione. Quanto è grande il pericolo che si entri nella prossima recessione con tassi negativi?

Nei mesi scorsi l’economia ha perso un po’ di slancio. Ma anche se probabilmente non si raggiungeranno più gli elevati tassi di crescita degli scorsi anni, le prospettive rimangono favorevoli. E le previsioni più recenti parlano di uno sviluppo dell’inflazione grosso modo in linea con la nostra definizione a medio termine di stabilità dei prezzi. In questo contesto, ci si può sicuramente chiedere quanto tempo sarà necessario per normalizzare di nuovo la politica monetaria. Quest’ultima non deve perdere tempo inutilmente lungo il percorso della normalizzazione, così ritornerà più velocemente ad avere dei margini di azione.

La Germania non è a rischio di rallentamento economico?

La più recente debolezza congiunturale è legata principalmente alla situazione specifica dell’industria automobilistica tedesca. Ci attendiamo che l’economia nel complesso continuerà ad andare bene.

Che cosa farà, se l’anno prossimo non diventerà presidente della BCE?

Qui alla Bundesbank ho dei compiti importanti. È per me un piacere rappresentare un’istituzione che come poche altre è sinonimo di una politica monetaria fruttuosa e orientata alla stabilità.


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