Jens Weidmann during an interview

Weidmann: Il PEPP finirà quando la pandemia sarà superata Intervista al quotidiano Berliner Zeitung

L’Intervista è stata condotta da Katharina Brienne e Michael Maier.
Traduzione: Deutsche Bundesbank

Nel 1987, l’autore Hans Magnus Enzensberger pubblicò un volume di saggistica dal titolo “Ah, Europa”, un pamphlet sull’amministrazione centrale europea a Bruxelles, in cui scriveva che l’unità forzata, l’omogeneizzazione ci minacciava. E anche che ciò che ci salva è la nostra diversità. L’allora presidente della Commissione Jacques Delors chiedeva per contro: “Chi si può innamorare di un mercato unico?”. Signor Weidmann, come si sente oggi nei confronti dell’Unione europea?

Gli anni della mia formazione sono molto europei. Dopo la maturità sono partito per andare a studiare in Francia, perché il nostro vicino mi incuriosiva. Volevo ottenere un’altra prospettiva. E questo è un aspetto importante di ciò di cui si dovrebbe trattare: essere aperti, conoscere le caratteristiche, le particolarità, i pregi di altre società in Europa e apprendere che siamo più forti insieme che da soli.

Ci consenta di guardare indietro al rapporto mensile della Bundesbank dell’ottobre 1990 e a come la Comunità monetaria, fondata poi a Maastricht nel 1992, vi veniva discussa. In quel rapporto è scritto che una tale unione è una comunità di solidarietà che non si può più revocare, che per continuare ad esistere nel tempo necessita di un ampio legame sotto forma di un’unione politica. Al tempo, anche oltre alla Bundesbank, vi erano alcune voci che facevano notare che un’integrazione monetaria senza convergenza nell’economia reale, e senza una politica sia economica che fiscale comune, a lungo andare non potesse funzionare. Come considera quel dibattito oggi, a trent’anni di distanza?

Una delle idee centrali è che l’Unione europea verrà accettata dai suoi cittadini solo se mantiene le promesse che ha fatto. Questo include, fra l’altro, il fatto che l’Unione europea - e l’Unione monetaria europea in particolare - debba essere un’unione di stabilità. A tal fine sono necessari determinati prerequisiti. È di questo che trattava la discussione, e di questo si tratta ancora oggi. In definitiva, la situazione di partenza è che all’epoca gli Stati membri hanno sì concordato di dare vita ad una politica monetaria comune, ma non erano disposti a cedere la sovranità fiscale. I Paesi si sono ostinati a voler continuare a prendere decisioni essenzialmente autonome in materia di politica economica e finanziaria.

Quali conseguenze comporta dal Suo punto di vista?

Una tale forma di unione monetaria è molto esigente e può sfociare in tensioni. A lungo termine, può anche diventare un problema per l’orientamento alla stabilità dell’unione monetaria - se, per esempio, dall’elevato debito pubblico deriva una pressione esercitata sulla politica monetaria affinché questa alleggerisca l’indebitamento attraverso tassi d’interesse bassi. Un modo per prevenire che ciò accada è disciplinare i bilanci nazionali. Da una parte tramite regole chiare e vincolanti, soprattutto sulla gestione del bilancio. Dall’altra, tramite i mercati finanziari, in quanto avere un bilancio non solido comporta dei costi di finanziamento più elevati. Nel complesso, a posteriori, questo purtroppo non ha funzionato sempre bene.

Qual è l’alternativa?

L’altro modo per mantenere l’equilibrio tra azione e responsabilità è avere una politica fiscale comune. Non garantisce di per sé un’unione di stabilità, in quanto anche una politica fiscale comune può non essere solida. Tuttavia, le decisioni fiscali vengono prese congiuntamente e se ne porta congiuntamente anche la responsabilità. Questo, fra l’altro, circoscrive il pericolo che ci si possa indebitare a scapito degli altri e così l’incentivo a indebitarsi sia maggiore, rispetto ad una situazione in cui ogni Paese si amministra per conto proprio. Tuttavia, i Paesi non erano pronti a questo passo quando è stata fondata l’Unione monetaria. A mio avviso, non lo sono ancora. Le regole di bilancio – come le abbiamo e applichiamo attualmente – sono uno strumento molto blando per coordinare le politiche fiscali nazionali. Tuttavia, persino questo viene spesso accettato solo con riluttanza. Inoltre, anche le decisioni prese a livello centrale dovrebbero essere legittimate democraticamente.  

Fin dall’inizio, osservatori e interessati erano preoccupati dall’idea che l’Unione monetaria potesse essere un’unione dei debiti. A fronte degli sviluppi relativi a misure come il meccanismo di stabilità MES: non ci siamo già arrivati?

All’epoca, il MES è stato istituito nel quadro della crisi del debito sovrano e la partecipazione della Germania è stata decisa anche nel Bundestag. Anche nella crisi attuale gli Stati hanno deciso di essere solidali e aiutarsi reciprocamente in ambito finanziario. Un indebitamento comune, come è previsto nel fondo per la ripresa NGEU, dovrebbe essere limitato nel tempo ed essere strettamente collegato alla crisi. Altrimenti il quadro normativo dell’UE verrebbe possibilmente cambiato ulteriormente senza che questa strada sia stata scelta volutamente e in modo trasparente. Un’unione di bilancio non può essere introdotta per vie traverse. A mio parere è necessario un dialogo sociale aperto sulla forma futura dell’Europa - e anche sui requisiti di stabilità e solidità. Ciò promuove l’accettazione, cosicché i cittadini si possano identificare con questa idea. E una volta che si è scelta una strada, questa va ancorata in un quadro giuridico solido. È giusto che la Corte costituzionale tedesca riporti continuamente questo dibattito laddove esso deve essere condotto, cioè in Parlamento e infine nella società.

Un altro aspetto che è stato più volte criticato a questo proposito, soprattutto durante la crisi del debito, era che le istituzioni europee, con i loro programmi anticrisi, hanno sostenuto principalmente le banche, che, dopo la crisi finanziaria, minacciavano di collassare una seconda volta nella crisi del debito. Durante la crisi del coronavirus ci sono state nuovamente discussioni su imprese che hanno ricevuto sostegni finanziati da fondi pubblici, per esempio la Lufthansa in Germania.

Vi riferite al cosiddetto problema del “too-big-to-fail”, cioè al fatto che determinate banche possano essere troppo rilevanti per il sistema finanziario per poterle lasciar fallire quando si trovano in difficoltà. Ma se ci si aspetta che lo Stato, in caso di necessità, comunque intervenga, questo può indurre le banche a diventare negligenti o troppo temerarie. Credo che i cittadini possano giustamente aspettarsi dai responsabili del mondo della politica e delle autorità di vigilanza che affrontino questo problema. E in effetti sono stati fatti progressi sostanziali al riguardo, dalla crisi finanziaria ad oggi. A tal proposito non va dimenticato che la stabilizzazione del sistema bancario ha protetto anche i depositi dei risparmiatori. Ha evitato considerevoli distorsioni macroeconomiche e così ne hanno beneficiato tutti i cittadini. In generale vale: nelle crisi, la politica deve prendere decisioni in un clima di grande incertezza. In una tale situazione lo Stato deve agire, per impedire che le cose peggiorino ancora di più – anche se a posteriori si scopre che forse qua o là si sarebbe potuto fare di meglio. Perciò, anche nella crisi attuale, il governo ha reagito in modo veloce ed esteso. E non ha destinato solo aiuti alle grandi imprese, ma anche ad aziende più piccole, liberi professionisti e famiglie. Ora, si può non essere d’accordo con l’implementazione: si è agito con sufficiente rapidità? Con metodi troppo burocratici? I beneficiari erano quelli giusti? Per mitigare le conseguenze della crisi è però importante fornire aiuti.

In merito alla crisi del debito e alle misure di sostegno si discute ripetutamente sulla politica monetaria della Banca centrale europea, che da allora è molto accomodante. Se guardiamo agli sviluppi dei mercati azionari, che possono altresì essere considerati come la conseguenza di suddetta politica monetaria, questa sembra essere una tematica difficile da far capire alla popolazione. C’è gente che lavora a orario ridotto, ma i mercati azionari – con una breve interruzione per il crash dovuto alla pandemia nel marzo 2020 – sono di nuovo alle stelle. Molti indici, come l’indice di riferimento tedesco, registrano in questi giorni dei livelli da record. Evidentemente, tra gli operatori del mercato azionario c’è fiducia nel fatto che la BCE nel prossimo futuro non aumenti il tasso di riferimento. Si può continuare così all’infinito?

Sostenendo anche l’economia con condizioni di finanziamento favorevoli, la politica monetaria contribuisce ad evitare che molte persone perdano il proprio posto di lavoro durante la crisi. Agisce su ampia base – su banche, imprese e famiglie – e non può essere ridotta ai suoi effetti sui mercati delle attività finanziarie. Ma avete naturalmente ragione. Il tasso d’interesse gioca un ruolo fondamentale nella valutazione delle azioni delle imprese. Perché tali azioni conferiscono diritti sugli utili futuri di un’azienda. Più il tasso d’interesse è basso, più è alto il valore attuale del flusso delle entrate preventivate. Anche il peso degli interessi sull’azienda diminuisce e, in un quadro di prospettive economiche migliori, le aspettative sugli utili aumentano. Tuttavia, i nostri modelli standard tendono attualmente piuttosto a suggerire una valutazione elevata dei mercati azionari. 

Quali sono le Sue aspettative, quando e come tornerà a ridimensionarsi questa sopravvalutazione?

Tali dichiarazioni che derivano da modelli vanno trattate con grande cautela. Le quotazioni possono sicuramente anche deviare per un periodo di tempo lungo dai loro valori fondamentalmente giustificati. E naturalmente i modelli non sono una rappresentazione perfetta della realtà e sono essi stessi soggetti a incertezza. Inoltre, non voglio qui fare previsioni sulle quotazioni azionarie. Per capirci: i beni patrimoniali come le azioni o gli immobili hanno a che fare con le prospettive future, quindi con stime assolutamente soggettive. Ciò a cui assistiamo attualmente, soprattutto sui mercati azionari, è che la valutazione della pandemia sta precorrendo gli eventi attuali. E se da investitori si parte dal presupposto che i tassi d’interesse rimarranno bassi, si sarà più propensi a pagare un prezzo più alto per un bene come un’azione, rispetto a se si partisse dal presupposto di una normalizzazione imminente della politica monetaria.

Supponiamo che lo sviluppo a cui assistiamo non descriva solo un momento, ma sia duraturo: mercati azionari che nei loro andamenti sono sganciati dai restanti eventi e a volte fanno precipitare nella crisi anche gli Stati – come è avvenuto per esempio con la Grecia durante la crisi del debito. Nell’Unione europea non abbiamo bisogno, accanto ad una politica fiscale comune, anche di un maggiore controllo sui mercati azionari?

Sicuramente i mercati azionari non hanno causato la crisi del debito. Detto in termini molto generali, la determinazione dei prezzi nei mercati azionari soddisfa un’importante funzione economica. Infatti essa fa sì che il capitale confluisca di norma laddove viene impiegato nel modo più produttivo. Così gli investitori possono conseguire rendimenti sul mercato azionario, ma si assumono anche i corrispondenti rischi. Se si sbagliano, registrano anche delle perdite. Dal punto di vista macroeconomico non è un problema, finché non mette in pericolo il funzionamento del sistema finanziario. Sarebbe diverso se le banche si trovassero in difficoltà, perché questo a sua volta potrebbe portarle a non essere in grado di concedere prestiti e il sistema finanziario a non svolgere più la sua funzione per l’economia.

Ma i mercati non hanno sempre avuto ragione con le loro stime in passato…

Questo è un punto importante, ma guardate: ci sono spesso situazioni in cui le opinioni sul futuro o sul valore di determinate tecnologie sono diverse.

Pensate alla questione della misura in cui l’informatica ha un impatto sulla produttività e sulla crescita economica. C’è il cosiddetto paradosso della produttività, secondo il quale gli incrementi di produttività, che si sperava di raggiungere grazie alle innovazioni informatiche, non si riflettono ancora nei numeri. A tal proposito, alcuni dicono che le nuove tecnologie non sono così rivoluzionarie rispetto alle ondate di innovazione precedenti, come per esempio l’avvento dell’industrializzazione con l’invenzione della macchina a vapore. Altri dicono che forse ci vorrà semplicemente del tempo fino a che le strutture economiche si siano adattate e assisteremo al balzo della produttività. Ripensate alla cosiddetta bolla dotcom. Allora, molti immaginavano che la cosiddetta New Economy fosse un immediato “game changer” che avrebbe cambiato radicalmente il mondo tutto in una volta. Alla fine abbiamo visto che le aspettative all’epoca erano esagerate e c’è stata una correzione sui mercati azionari. In Borsa è anche importante la competizione per le scoperte.

Come ulteriore effetto della politica monetaria di crisi della BCE si osserva che si finanzia molto più del solito attraverso crediti, perché i tassi d’interesse sono così bassi e i prestiti sono quindi molto convenienti. Lei che cosa ne pensa?

Nell’attuale situazione straordinaria osserviamo una forte espansione dell’aggregato monetario. Da una parte, questo sviluppo è spinto dalle famiglie e dalle imprese, che prendono prestiti precauzionali e tengono più liquidità come reazione alla crisi. Dall’altra, le nostre misure di politica monetaria sono un fattore importante. In questo contesto, vi è attualmente un dibattito sulla questione se la forte espansione della moneta contribuisca ad un’inflazione persistentemente e significativamente elevata. Al momento non mi sembra che sia così. In passato, a tassi di inflazione medi e alti, si riconosceva una stretta correlazione tra la quantità di moneta e l’inflazione. Attualmente, però, l’inflazione è bassa e questa correlazione non risulta essere molto significativa. Inoltre, in linea di principio, siamo in grado di prendere contromisure attuando una politica monetaria più restrittiva, cioè alla fine con tassi d’interesse più alti. A mio avviso è poi una questione di volontà: le banche centrali sono anche disposte a ritirare le loro misure in tempo, se la stabilità dei prezzi lo richiede? Oppure sono dominanti le preoccupazioni sui possibili effetti collaterali, per esempio sulla stabilità finanziaria o sui costi di finanziamento pubblico, e per questo le redini vengono tirate troppo tardi?

Si sente sempre parlare di aziende zombie…

Con questo termine si intendono aziende non redditizie che dovrebbero in realtà andare in insolvenza e sono tenute in vita solo rinnovando ripetutamente i prestiti a tassi d’interesse bassi. La preoccupazione è che l’ambiente dei bassi tassi d’interesse favorisca un tale sviluppo. Secondo gli studi, in alcuni Paesi dell’area dell’euro la quota di queste aziende è effettivamente aumentata durante la crisi finanziaria e la successiva crisi del debito sovrano. Ma non è chiaro se o in che misura i bassi tassi d’interesse ne siano responsabili.

Come valuta la situazione in Germania?

In Germania, la quota di queste aziende problematiche è addirittura diminuita in un ambiente di tassi d’interesse bassi. A causa della pandemia, naturalmente, si ha una realtà complessa e totalmente nuova. Da una parte molte imprese si trovano sotto un’enorme pressione. Anche i modelli di business vengono messi in discussione. Dall’altra si fornisce aiuto con le misure di sostegno dei governi. In ultima analisi, ci aspettiamo che il numero delle insolvenze aumenti di nuovo, partendo da un livello molto basso, quando le misure cesseranno. Di conseguenza, potrebbero aumentare anche le perdite su crediti presso le banche – ma dal punto di vista odierno in una misura a cui il settore bancario in Germania può far fronte. A ciò contribuisce la capitalizzazione relativamente confortevole degli istituti. Questo è anche grazie alle riforme della regolamentazione bancaria dopo la crisi finanziaria.

Oltre alla Sua carica di presidente della Bundesbank, Lei presiede anche il Consiglio d’amministrazione della Banca dei Regolamenti Internazionali, alla quale a sua volta è collegato il Comitato di Basilea – a cui fra l’altro risalgono le regole di adeguatezza patrimoniale più severe per le banche dopo l’esperienza della crisi finanziaria. La vicepresidente della Bundesbank, Claudia Buch, ha recentemente messo in guardia, durante la riunione di primavera del Fondo Monetario Internazionale, dall’abbandono di questo strumento di regolamentazione finanziaria nella pandemia. La vigilanza bancaria europea, insediata presso la BCE, ha fatto presente a sua volta che alcuni modelli per il calcolo delle probabilità di fallimento, calibrati sul principio di bilancio IFRS 9, sono talmente “desensibilizzati” che la misurazione dei rischi del credito ne risulterebbe “artificialmente” ridotta. Lei che cosa ne pensa?

Sono due questioni diverse. Le autorità di regolamentazione e di vigilanza hanno risposto alla crisi del coronavirus con un certo allentamento delle loro norme. In particolare, hanno permesso alle banche di usare riserve di capitale e di liquidità, se necessario – con l’obiettivo che le banche non limitassero eccessivamente la loro concessione di crediti e il settore finanziario non aggravasse ulteriormente la crisi. Ma sono misure temporanee. Il punto che Claudia Buch ha sollevato era che non si dovrebbe mettere in discussione il quadro di Basilea nel suo insieme. Dopo la crisi, le autorità di vigilanza torneranno naturalmente ad applicare di nuovo i principi affermati e negoziati.

Non è un segreto che Lei abbia una posizione critica nei confronti degli acquisti di titoli della BCE. Già nel 2012 ha messo in guarda dagli effetti collaterali. Come considera l’attuale linea seguita dalla BCE?

Gli acquisti di titoli di Stato possono essere uno strumento efficace e legittimo della politica monetaria. Tuttavia, celano anche rischi significativi – in particolar modo in un’unione monetaria di Stati membri indipendenti. Per questo ho sempre detto che gli acquisti di titoli di Stato dovrebbero essere uno strumento per le emergenze. La pandemia rappresenta una classica situazione di emergenza in cui, a mio parere, gli acquisti di titoli sono giustificati. Ma anche qui è importante rispettare la giusta misura, e alla banca centrale non è permesso eseguire operazioni di finanziamento monetario dei governi. Già prima dell’inizio della pandemia eravamo il più grande creditore degli Stati membri dell’area dell’euro. Insieme ai titoli di Stato già in precedenza accumulati, la quantità di titoli pubblici detenuti dall’Eurosistema, cioè dalla BCE e dalle banche centrali nazionali, l’anno prossimo potrebbe avvicinarsi ad un ordine di grandezza di circa il 40% dell’attività economica dell’area dell’euro. Quando l’Eurosistema ha lanciato il suo primo programma di acquisto circa dieci anni fa, alcuni avevano sperato che questo strumento sarebbe stato usato solo temporaneamente. Non è stato così. La mia preoccupazione di allora, che la politica fiscale crei una stretta sempre più forte attorno alla politica monetaria, continua a non darmi pace. Questa commistione di politica monetaria e fiscale può anche rendere più difficile per la politica monetaria assicurare la stabilità dei prezzi.

Quali sono gli effetti di questa “stretta”?

Se la banca centrale acquista titoli di Stato su vasta scala, gli Stati membri sono in parte riparati dai mercati dei capitali. Questo può indebolire la disciplina imposta dai mercati sulla politica fiscale; come menzionato all’inizio, essa è in realtà un elemento importante insieme alle regole fiscali. Inoltre, attraverso gli acquisti, i costi di finanziamento per questa parte del debito pubblico sono in definitiva legati ai tassi d’interesse a breve termine della banca centrale tramite il legame di bilancio tra la banca centrale e le finanze pubbliche: in questo è attualmente rilevante il tasso d’interesse che la banca centrale paga sugli elevati depositi delle banche. Ciò significa che, per i titoli di Stato che sono riportati nei bilanci delle banche centrali, ogni ministro delle finanze paga lo stesso tasso d’interesse – indipendentemente dalla sua solvibilità.

Con ciò, tuttavia, i futuri cambiamenti del tasso d’interesse di riferimento si ripercuoteranno anche con più intensità sulle finanze pubbliche. Proprio sullo sfondo del forte incremento del debito in seguito alla lotta contro la pandemia, questo potrebbe a sua volta esercitare una maggiore pressione sulla politica monetaria a mantenere i tassi d’interesse bassi più a lungo.

Nel dibattito pubblico sembrano esserci solo due vie d’uscita: una sembra condurre ad un’unione del debito gestita congiuntamente dal punto di vista della politica fiscale. L’altra è che gli Stati falliscano.

No, questo pessimismo è esagerato. Un’unione del debito e le insolvenze sovrane sono scenari estremi, e una buona politica consiste proprio nello scongiurarli. 

Ma noi banchieri centrali dovremmo dire molto chiaramente che tireremo nuovamente le redini della politica monetaria, quando le previsioni dei prezzi lo richiederanno, anche se questo provoca un aumento dei costi di finanziamento degli Stati. Altrimenti si potrebbero creare delle false aspettative e i governi sarebbero portati ad assumere ulteriore debito che aumenterebbe ancora di più la pressione sulla banca centrale. Ma la banca centrale non dovrebbe neanche essere messa di fronte a un dilemma dove può solo decidere, da una parte, di subordinare il suo obiettivo della stabilità dei prezzi o, dall’altra, di accettare rischi di stabilità finanziaria o crisi del debito sovrano che potrebbero derivare da costi di finanziamento pubblico più elevati. Proprio per questo abbiamo regole fiscali. Proprio per questo abbiamo bisogno della disciplina di mercato. E proprio per questo la politica monetaria non dovrebbe essere troppo intrecciata con la politica fiscale.

Nel 2020, la Bundesbank ha aumentato i suoi accantonamenti per rischi generali di 2,4 miliardi di euro a 18,8 miliardi di euro e per questo non ha distribuito utili, per la prima volta dal 1979 – un’assoluta eccezione dalla sua fondazione 64 anni fa. La Banca d’Italia invece ha distribuito utili per 6,3 miliardi di euro. Il totale di bilancio della banca centrale italiana ammonta ora a 1.296 miliardi di euro. Ha comprato titoli per 116 miliardi di euro solo l’anno scorso, e ha quindi in bilancio bond per una somma di 473 miliardi di euro. Qual è la Sua opinione in merito?

L’effetto degli acquisti di titoli su utili e rischi varia molto da banca centrale a banca centrale. Questo dipende anche dal fatto che abbiamo volutamente deciso di non introdurre un’unione di responsabilità per i rischi di default degli Stati attraverso il bilancio della banca centrale. La Banca d’Italia per esempio detiene solo titoli dello Stato italiano che hanno tassi relativamente alti a causa dei premi di rischio sul debito italiano, mentre nel nostro bilancio ci sono titoli di Stato tedeschi con un tasso d’interesse più basso. A causa del piccolo margine d’interesse, la Bundesbank ha un reddito da interessi particolarmente basso in confronto ad altre banche centrali – su titoli molto sicuri. Ciò significa che, nel nostro caso, le variazioni dei tassi d’interesse possono anche farci andare in perdita più rapidamente. La Bundesbank valuta i rischi sulla base di misure di rischio riconosciute e con l’aiuto di modelli di calcolo. Questa valutazione basata sul modello ha indicato un incremento dei rischi e per questo motivo abbiamo aumentato i nostri accantonamenti.

Qual è l’orizzonte temporale dei vostri calcoli per queste due tematiche, l’inversione dei tassi d’interesse e il programma di acquisto di titoli?

Prerequisito per una normalizzazione della politica monetaria è che si facciano progressi verso il nostro obiettivo, cioè un tasso di inflazione nell’area dell’euro inferiore ma prossimo al 2% nel medio periodo. Nelle loro proiezioni più recenti, gli esperti della BCE si aspettano un tasso di inflazione dell‘1,4% per il 2023, la fine dell’orizzonte temporale delle proiezioni. Va detto che l’incertezza delle previsioni è particolarmente alta al momento e non è da escludere che l’inflazione nei prossimi trimestri aumenti temporaneamente di più. Ma il nostro obiettivo è fissato a medio termine e la politica monetaria guarda oltre le fluttuazioni a breve termine del tasso di inflazione nell’area dell’euro. Per questo i mercati finanziari non si aspettano un significativo inasprimento della politica monetaria nel prossimo futuro. In ogni caso, il primo passo sarebbe un ridimensionamento degli acquisti di titoli prima che vengano aumentati i tassi d’interesse di riferimento. Questo è anche ciò che il Consiglio direttivo della BCE ha chiaramente comunicato.

Che cosa si aspetta che succeda, per esempio nei prossimi dieci mesi?

Non faccio ovviamente pronostici sulle decisioni del Consiglio direttivo della BCE. Ma si può dire questo: il programma di acquisto per l’emergenza pandemica PEPP è chiaramente legato alla pandemia e finirà quando questa sarà superata. Tuttavia, nessuno può prevedere in modo affidabile quando esattamente ciò avverrà. Per questo motivo stiamo navigando a vista.

I processi economici sono sempre più interconnessi e quindi più suscettibili a shock esterni. L’abbiamo notato all’inizio della pandemia, soprattutto nelle catene di approvvigionamento. Lei, da banchiere centrale, come valuta i rischi che derivano dalle tensioni geopolitiche?

Sia le crescenti rivalità tra aree economiche che la pandemia potrebbero certamente favorire tendenze a voler fare passi indietro nella globalizzazione. Durante il primo lockdown le catene di approvvigionamento internazionali hanno in parte subito delle interruzioni, alcune linee di produzione si sono fermate. Per questo motivo viene richiesto di puntare nuovamente con più forza sulla produzione nel proprio Paese per ridurre la dipendenza dalle forniture dall’estero. In tal modo però l’economia sarebbe più vulnerabile alle perturbazioni nazionali. Non si incrementa la resilienza di un’economia nazionale passando da un rischio di concentrazione a un altro. Alla fin fine, avere strutture di produzione diversificate aiuta a far fronte a perturbazioni o crisi, come quelli che stiamo vivendo attualmente. L’isolamento priva le economie nazionali dei vantaggi della divisione internazionale del lavoro e le rende nel contempo meno resistenti di quanto alcuni sperino.

Oltre a tutti questi temi, ce n’è uno di tutt’altra natura che urge: l’euro digitale. La presidente della BCE Christine Lagarde parla da diverso tempo di una possibile valuta digitale, che potrebbe essere emessa dalla BCE come mezzo di pagamento a corso legale accanto alla moneta contante. Questo potrebbe essere interpretato come reazione agli sviluppi collegati alla cosiddetta DLT-economy – e all’idea che le catene del valore e i processi commerciali in futuro potrebbero essere gestiti in più parti tramite la cosiddetta blockchain – e quindi essere organizzati in modo più decentralizzato. Che ne pensa?

Se una banca centrale emette una forma diversa di moneta, anzitutto non è una decentralizzazione. Anche con un euro digitale l’Eurosistema rimarrebbe il soggetto centrale o addirittura acquisirebbe maggiore influenza. Per la Bundesbank la priorità in queste considerazioni è: che cosa vogliono i cittadini? Di che cosa hanno bisogno le imprese? Come si possono effettuare pagamenti in modo comodo, a costi ridotti e nel contempo compatibili con l’online e sicuri? A mio avviso, questi aspetti vengono a volte trascurati nel dibattito.

Come si potrebbero migliorare a Suo parere le operazioni di pagamento?

Nel mondo online, velocità e costi di transazione bassi sono la carta vincente. Ma già ora sono possibili pagamenti istantanei, cioè pagamenti che possono essere effettuati in modo sicuro, immediato e definitivo. Inoltre, vi è un interesse crescente nei confronti di pagamenti programmabili, con cui per esempio l’auto elettrica paghi autonomamente il pieno di elettricità alla stazione di ricarica.

Questo si potrebbe realizzare anche con un ulteriore sviluppo dei sistemi esistenti. Ma i consumatori dovrebbero avere la scelta. E una moneta digitale di banca centrale potrebbe avere il potenziale di facilitare le innovazioni. Per questo ci occupiamo intensamente della moneta digitale di banca centrale, ma non dovremmo perdere di vista altre soluzioni. In ogni caso, l’interfaccia con i clienti dovrebbe continuare ad essere il sistema finanziario e bancario, come è stato fino ad oggi. È importante che le banche centrali forniscano la spina dorsale per le operazioni di pagamento. I servizi per i consumatori, però, devono essere offerti dal settore privato.

Ma l‘euro digitale non potrebbe essere comunque una buona integrazione alla moneta scritturale delle banche commerciali – semplicemente perché la BCE gode di così tanta fiducia come intermediario?

I cittadini hanno fiducia già ora nel fatto che il denaro che hanno sul conto sia al sicuro – e giustamente. Lo garantiscono la vigilanza bancaria e il sistema di garanzia dei depositi. E già oggi con questo denaro possono pagare in digitale, per esempio tramite carta o smartphone. Quello di cui stiamo parlando è dare ai cittadini la possibilità di pagare con moneta di banca centrale anche in un ambiente digitale. Ma dobbiamo progettare un euro digitale in modo tale che offra un valore aggiunto e che gli effetti collaterali e i rischi di questo passo così fondamentale siano limitati. Infatti potrebbe avere un impatto, fra l’altro, sulla struttura del sistema finanziario e sulla sua stabilità. Per questo motivo si discute di introdurre restrizioni, come per esempio un limite massimo per l’importo che un singolo individuo possa detenere.

A volte gli osservatori discutono anche della misura in cui con l’euro digitale si possa emettere moneta programmabile – cioè che, se programmata con uno scopo, venga usata solo per quello.

L’idea di programmare il denaro in modo tale che, per esempio, non possa più essere usato per comprare le sigarette, mi sembra assurda. La moneta digitale di banca centrale deve essere un mezzo di pagamento universale come il contante. E una cosa è chiara: l’intero dibattito non verte sull’abolizione del contante. La moneta contante rimane in molte situazioni un mezzo di pagamento attraente e l’Eurosistema continuerà a metterlo a disposizione.

© Berliner Zeitung. Tutti i diritti riservati.